Posts Tagged ‘riforma elettorale’

h1

PD, PDL, M5S E GOVERNO: LO STALLO ALLA MESSICANA

maggio 26, 2013

La sensazione è che Berlusconi voglia far cadere il governo, tornare al voto approfittando dei sondaggi favorevoli, ottenere una maggioranza alla Camera col Porcellum che non voti l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti e riuscire così a salvarsi dai suoi processi. Ma non può. Perché se facesse cadere il governo per le sue questioni personali in un momento di grave crisi economica i sondaggi crollerebbero, il premio di maggioranza alla Camera non verrebbe raggiunto e lui si troverebbe più indifeso di prima contro i tanto odiati giudici. Allora a Berlusconi non resta che sperare che sia il Pd a far cadere il governo.

OK-CORRAL1-300x221

Tuttavia sembra che il Pd sia socio dello stesso circolo vizioso a cui è iscritto il Cavaliere. Ogni giorno che passa al governo con Berlusconi il Partito democratico perde il voto di molti suoi elettori e l’affetto di quelli che ancora non si rassegnano a votare altro. La voglia di staccare la spina al governo Letta è probabilmente preponderante nei sentimenti dei parlamentari e dei dirigenti democratici. Ma non nei ragionamenti. Perché dopo la gestione demenziale dell’elezione del presidente della Repubblica, dopo l’essersi dovuto appellare a Napolitano perché salvasse la baracca, e dopo essersi – di fatto – autosabotato fino al non avere altra alternativa che l’appoggio al governo di larghe intese, il Partito democratico non può farsi carico della responsabilità di riportare il Paese al voto con la crisi economica che morde, con la stessa legge elettorale e senza nessun provvedimento popolare da poter sventolare. Allora al Pd non resta che sperare che sia Berlusconi a far cadere il governo.

In questa situazione di stallo alla messicana, qualsiasi novità potrebbe avere l’effetto del battito d’ali di una farfalla nella teoria del caos. Nuova legge elettorale? Cambiano le percentuali di chi sarebbe pronto a tornare al voto. Imu? Iva? Su quale intervenire? Dove trovare i fondi? Qualsiasi argomento potrebbe essere la stura per una nuova esplosione di polemiche. L’unica speranza di sopravvivenza per il governo è un apparente immobilismo, dove pochi provvedimenti inderogabili, sfrondati di qualsiasi appendice meno che necessaria, passino quasi inosservati da un lato. Dall’altro altri provvedimenti molto popolari (ma meno utili), ad esempio sui costi della politica, andrebbero fatti in fretta e pubblicizzati al massimo. Ma anche in questo caso, chi poi si intesterebbe i meriti? Perché Pd e Pdl abbiano interesse che gli onori vadano a entrambi loro, serve un terzo soggetto che ne rimanga escluso. In questo caso, Grillo. Ma se i provvedimenti stessi sono proprio quelli su cui Grillo martella da anni, come negare che ne sia lui l’ispiratore politico?

In conclusione, i partiti di governo hanno interesse che il governo cada ma hanno un interesse ancora maggiore a che sia l’avversario a causare la crisi, pertanto stanno fermi e aspettano. Il governo non sembra in condizione di fare né provvedimenti bandiera, né provvedimenti rivoluzionari, sempre a causa dei blocchi incrociati di cui sopra. Grillo dal canto suo è ontologicamente portato a stare fermo (ma non zitto) e guardare i danni che il sistema riesce a causare a se stesso (strategia vincente, non si vede perché cambiarla). Gli unici a cui tutto questo stare fermi come il semaforo di prodiana memoria non dovrebbe andar bene sono gli italiani. E invece sembra che la catatonia sia contagiosa.

Annunci
h1

NO ALLE PREFERENZE

luglio 10, 2012

Sostenere che reintroducendo le preferenze si restituisce la scelta ai cittadini è, salvo particolari accorgimenti, falso. In un sistema di preferenze, magari su collegi relativamente piccoli, la maggioranza degli elettori non la esprime (si pensi ai dati delle elezioni comunali, dove un consigliere a Milano – ad esempio – spesso riesce ad essere eletto con meno di mille preferenze). Di solito la esprimono i gruppi organizzati, le lobby,  le cricche, che fanno convergere i loro voti sul “loro” candidato: taxisti, sindacati, camionisti, commercialisti, farmacisti, e via dicendo. Si pensi poi all’impatto che le preferenze possono avere su un territorio dove sia forte l’infiltrazione mafiosa (basta ricordare alcuni episodi poco limpidi durante alcune primarie del Pd). I pacchetti di voti controllati dalla malavita, se non bastano a determinare un’elezione, sono certo sufficienti a far eleggere un “amico”. Infine le preferenze portano un quasi automatico innalzamento dei costi della politica, e un’invasività tediosa della campagna elettorale.

Possibile che per liberarsi da una porcata l’unica via che sappiamo intraprendere è quella di un’altra porcata?

 

h1

I ricatti del Pdl (e non solo) a Monti

novembre 13, 2011

Mario Monti non ha ancora ricevuto ufficialmente l’incarico di formare il nuovo governo che già diverse forze politiche iniziano a voler porre condizioni e limiti. Il Pdl ha provato a chiedere che alcuni ministeri ritenuti di garanzia, come la Giustizia, fossero affidati a uomini di fiducia. Ha provato a imporre Gianni Letta nella futura squadra di governo. Ha chiesto che si escludesse dal novero delle misure possibili la temuta patrimoniale (quella che chiede anche Confindustria, per capirci). Alla fine pare che abbia posto come condizione un termine breve per la vita del prossimo esecutivo e un programma vincolato alla lettera spedita da Berlusconi alla Ue. Su una linea simile si attesta Di Pietro, che pure chiede un termine breve e un programma vincolato, in questo caso, alla riforma della legge elettorale. Anche Vendola, che però parla da un punto di vista puramente teorico visto che non è in Parlamento, vorrebbe un termine breve e poche misure tra cui, sicuramente, la patrimoniale.

Insomma, i tentativi di condizionare Monti sono molteplici e insistenti. Quello che non sembra essere chiaro ai questuanti di turno, e che al contrario sembra sia chiarissimo al bocconiano più famoso d’Italia, è che le parti politiche in questo momento non hanno nessuna carta in mano da giocare. Se, di fronte alla prospettiva di un Viet Nam parlamentare o anche solo di logoranti trattative e compromessi al ribasso, Monti decidesse di far saltare il governo tecnico, i responsabili della rottura verrebbero spazzati via dalla politica italiana. Specie se le borse il giorno dopo dovessero punire severamente lo smaccato disinteresse di alcuni partiti per il bene del Paese.

La sensazione è che, al di là dei proclami (“Possiamo staccare la spina quando vogliamo”, Berlusconi dixit), nessuno possa far saltare il banco. Nessuno può assumersi la responsabilità di esporre l’Italia all’assalto dei mercati. Meno che mai il centrodestra, che non può permettersi un appiattimento sulle posizioni anticapitaliste e autarchiche che girano oggi nell’estrema destra e nell’estrema sinistra. Considerando poi l’autorevolezza del Capo dello Stato e quanto abbia investito in prima persona in questo “governo di salvezza nazionale”, è molto difficile ipotizzare una forza di governo (che voglia essere tale) che si metta di traverso alla marcia a tappe forzate ipotizzata da Napolitano.

Tommaso Canetta