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ELECTION DAY, “SOLO GLI IMBECILLI NON CAMBIANO MAI IDEA”

novembre 15, 2012

“Così buttano dalla finestra 300 milioni di euro, in un momento di grave crisi per le imprese e le famiglie italiane”.

“Il governo è impaurito, truffaldino e anche un po’ ladro poiché, decidendo di mandare a votare gli elettori una settimana dopo l’altra, spende il doppio dei soldi quando, invece, potrebbe concentrare il tutto nella stessa settimana”.

“Non si capisce perché i cittadini debbano essere chiamati due volte alle elezioni anziché fare un unico ‘election day'”.

Chi l’ha detto? Sono forse le furibonde reazioni del Pdl e della Lega di fronte alla decisione del ministro Cancellieri di non accorpare regionali e politiche in un’unica data? No, affatto. Sono parole rispettivamente di Dario Franceschini, Antonio Di Pietro e Nichi Vendola. Risalgono al 2011, quando chi sosteneva i referendum  – poi comunque passati – chiedeva l’accorpamento con le amministrative e il governo Berlusconi, nella persona del ministro dell’Interno Maroni, lo osteggiava.

Allora chi si opponeva all’election day era il centrodestra, evidentemente poco sensibile alla stessa accusa che ora getta sul centrosinistra, di “sperperare centinaia di milioni di euro” per calcolo politico. La cosa più disturbante dell’intera vicenda è l’assoluta disinvoltura con cui i nostri politici – almeno molti di loro – sostengono tutto e il contrario di tutto, cambiando idea nell’arco di un anno (Berlusconi oramai nell’arco di mezza giornata) senza che questo gli crei il minimo imbarazzo.

Con che faccia Alfano strepita per lo spreco di 100 milioni per il mancato election day nel 2013, quando nel 2011 furono il suo governo, la sua maggioranza e il suo partito ad impedire che la stessa cifra venisse risparmiata accorpando referendum e amministrative? E con che faccia tanti politici di centrosinistra ora fanno orecchie da mercante alle stesse identiche parole che furono loro a pronunciare appena 18 mesi fa?

Che esistano calcoli politici non è di per sé uno scandalo. E’ ovvio che chi sosteneva i referendum voleva l’accorpamento per spingere il quorum. Così come è ovvio che allora il centrodestra si opponesse proprio per il timore che i referendum passassero. Ora i ruoli si sono invertiti: il centrodestra vuole l’accorpamento per evitare che una probabile mazzata elettorale in Lazio e Lombardia a febbraio si ripercuota sulle elezioni nazionali ad aprile, e il centrosinistra in quella mazzata ci spera molto. Tutto questo va ancora bene, la cosa insopportabile è l’utilizzo (a fasi alterne) della retorica del risparmio come foglia di fico per i propri interessi e calcoli di bottega.

Tommaso Canetta

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