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SPENDING REVIEW: della sostenibilità dello Stato sociale

luglio 8, 2012

Il Corriere della Sera di oggi, nel suo editoriale a doppia firma Giavazzi Alesina, prevede  – se non auspica – una drastica riduzione della spesa sociale. Non degli sprechi, che per carità è ovvio e condivisibile colpire; non delle abnormità senza senso che pullulano in Italia; ma proprio del welfare che lo Stato garantisce ai cittadini. La loro tesi è che non possiamo più permetterci uno Stato sociale che paghi le prestazioni a chi, non povero, potrebbe pagarsele di tasca propria. Se non si interverrà, sempre secondo Giavazzi e Alesina, non si potranno abbassare le tasse e non potrà ripartire l’economia del Paese.

Si tratta di una posizione legittima ma non condivisibile da un punto di vista né teorico né pratico. Stante che per ottenere un qualche risultato tangibile non dovrebbero essere esclusi dal ricevere certi servizi dallo Stato solo i ricchi e i benestanti, ma anche una vasta parte del ceto medio, si commetterebbe un’ingiustizia nei confronti di coloro che certo non sono i più poveri, ma stanno comunque nella metà bassa. Questi potrebbero pagarsi scuole, ospedale, università. Ma impoverendosi ulteriormente. Così il ceto medio si impoverirebbe per doversi pagare certe prestazioni, a tutto vantaggio di una fascia di popolazione già benestante.

Inoltre mettere a carico dell’intera collettività certe prestazioni – ancorchè elitarie come gli studi universitari – ha esattamente il senso di garantire una maggiore eguaglianza sostanziale dei cittadini. Tra le persone con un reddito medio-basso, non possono emergere solo quelli “bravissimissimi”. Anche quelli molto bravi, ma magari non abbastanza da avere una borsa di studio, dovrebbero poter andare all’università, essendo il costo del servizio spalmato su tutti. Perchè è interesse di tutti che esistano medici, ingegneri, architetti, giudici etc. E non per forza quelli di estrazione economica medio bassa dovrebbero essere dei luminari per prevalere sui loro omologhi di famiglia ricca.

Da un punto di vista pratico poi, lo Stato sociale – reso giusto ed efficiente – può essere mantenuto a patto che l’economia riparta. Se aumenta il volume che si può tassare, aumentano anche le entrate. A quel punto si può mantenere il livello di entrate riducendo la pressione fiscale. E che l’economia non riparta per colpa delle tasse è una verità parziale. La lentezza nei pagamenti, i tempi della giustizia, le lungaggini burocratiche: sono tutti problemi che incidono parimenti se non addirittura in misura maggiore. Senza contare la questione dell’evasione fiscale che, se ridotta a standard europei, consentirebbe eccome di avere crescita e stato sociale coesistenti. Ma la testa delle persone non si cambia in 12 mesi, e quindi non ha senso pensare che lì si possa intervenire nel breve periodo.

Nell’immediato l’economia deve ripartire, l’Italia può fare la sua parte ma la crisi oramai non è nemmeno più europea ma mondiale. Bisogna liberarsi nel frattempo di tutte le zavorre inutili, come appunto sprechi ed elefantiasi ingiustificate dello Stato, di modo che al primo refolo di crescita le vele siano spiegate e il carico leggero. Si può anche iniziare a fare a pezzi lo scafo, perchè un catamarano viaggia più veloce di un galeone. Certo ci stanno sopra molte meno persone.

Tommaso Canetta

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One comment

  1. Sì, però se posso pagare da solo le prestazioni sanitarie, per esempio, non si vede perché debba pagarle lo Stato per me. E’ pur vero che allora dovrebbero ridurmi anche le trattenute sullo stipendio di statale…..Bisognerebbe raggiungere un equilibrio fondato sulle diverse fasce di reddito, ma non è facile. Ed è anche giusto che le famiglie sappiano di dover fare qualche sacrificio in più, se necessario, per mandare all’università i loro pargoletti, tenendo anche conto del fatto che le università statali richiedono tasse molto esigue….



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