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MONTI RICATTA GLI ITALIANI?

marzo 28, 2012

Mario Monti ha dichiarato che se il Paese non è pronto per le riforme che il governo tecnico ritiene giuste, riferendosi a quella del mercato del lavoro, lui e gli altri ministri possono serenamente togliere il disturbo. Nessuna ambizione politica lo obbliga a bere l’amaro calice.

Apriti cielo. Sarà che nessuno è abituato a sentir dire eresie del genere, ma le critiche gli piovono addosso un po’ da tutte le parti. Si cita Brecht, che stigmatizzava l’atteggiamento dei governi per cui se il popolo non è d’accordo, si elegge un nuovo popolo. Si urla (di nuovo) alla tecnocrazia, alla distanza dal Paese reale, allo spregio delle regole democratiche.

Se fossimo un altro Paese, con un’altra tradizione elettorale e un’altra classe politica, si potrebbe anche prestare un qualche credito a queste reazioni sdegnate. Ma siamo l’Italia, che esce da 20 anni di malgoverno e che è stata presa per i capelli, prima che sprofondasse del tutto nella crisi, solo grazie a un intervento deciso – e ai limiti del consentito – del presidente della Repubblica. Napolitano ha sfruttato quel minimo di spirito di sopravvivenza ancora esistente nei partiti (spesso e volentieri spacciato per “responsabilità”) per insediare l’esecutivo Monti.

Quindi Monti non ha detto niente di assurdo. Se il popolo italiano non è pronto, torni a votare ed elegga i suoi degni rappresentanti. Anche perché, non inganniamoci, il problema non è il popolo. Il problema sono i soggetti intermedi, come i partiti, i sindacati, le organizzazioni di categoria e via dicendo. Se sono stati in grado di far digerire al popolo l’aumento delle tasse, l’inasprimento dei controlli fiscali, la riforma delle pensioni, la lesione di alcuni (purtroppo non tutti) interessi di categoria, mantenendo il livello di scontro sociale al minimo, non si capisce perché la riforma del lavoro dovrebbe fare eccezione.

Anzi, si capisce perfettamente. Ma non ha nulla a che vedere con gli interessi del popolo, che dalla riforma probabilmente trarrebbe dei benefici. L’articolo 18 è diventata la bandiera dietro cui scannarsi a fini di rendita elettorale o di posizione. Un feticcio per i sindacati, uno scalpo per la destra. Ma la questione del reintegro, se si guardano i numeri, si vede quanto sia ideologica. Il 95% delle imprese italiane ha meno di 15 dipendenti, e in un anno il totale dei lavoratori reintegrati ammonta a poche centinaia. Che per una simile minuzia si metta a rischio la pace sociale, la durata del governo e una revisione della legislazione del lavoro che rimedia a molte storture nate con la impropriamente detta “Riforma Biagi”, è inaccettabile. E bene fa il presidente Monti a non accettarlo.

Tommaso Canetta

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