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Riforma (impossibile) degli Ordini professionali

novembre 4, 2011

Questa volta la farsa rischiamo di pagarla a carissimo prezzo. Nella lettera che la Bce inviò al governo italiano a fine settembre è detto esplicitamente che si ritiene necessaria la «piena liberalizzazione» degli ordini professionali. Sollecitati da una tanto autorevole fonte, e dal continuo precipitare dei titoli italiani del debito, Berlusconi e gli altri ministri hanno redatto, non in tempi propriamente rapidi, una risposta. Questo è l’estratto che interessa:

Già con il Decreto Legge n.138/2011 sono state adottate incisive misure finalizzate alla liberalizzazione delle attività d’impresa e degli ordini professionali e dei servizi pubblici locali. In particolare già si prevede che le tariffe costituiscano soltanto un riferimento per la pattuizione del compenso spettante al professionista, derogabile su accordo fra le parti. Il provvedimento sullo sviluppo conterrà altre misure per rafforzare l’apertura degli ordini professionali e dei servizi pubblici locali. Sempre in materia di ordini professionali, nella manovra di agosto, in tema di accesso alle professioni regolamentate, è stato previsto che gli ordinamenti professionali debbano garantire che l’esercizio dell’attività risponda senza eccezioni ai principi di libera concorrenza, alla presenza diffusa dei professionisti su tutto il territorio nazionale, alla differenziazione e pluralità di offerta che garantisca l’effettiva possibilità di scelta degli utenti nell’ambito della più ampia informazione relativamente ai servizi offerti.

Si può notare come questo governo sia disposto a concedere molto meno di quanto non richieda l’Europa all’Italia. Il perché è presto detto. Chi ha buona memoria infatti ricorderà cosa successe a luglio mentre si discuteva dei contenuti del suddetto decreto. In origine i piani dell’esecutivo, sempre sospinto da Europa e mercati, erano decisamente più ambiziosi. Si parlò di abolizione se non proprio di tutti gli ordini professionali almeno di molti. Si disse che si sarebbe liberalizzato l’accesso alle professioni, riformato l’esame d’avvocato e da notaio. Aperto al mercato. Poi giunse una lettera firmata da 22 avvocati senatori del Pdl, disposti a non votare la fiducia se non accontentati, che così cominciava:

“I sottoscritti Senatori della Repubblica esprimono profonda preoccupazione e totale contrarietà per la volontà del Governo di procedere ad una liberalizzazione delle professioni intellettuali”

E se 22 onorevoli usciti allo scoperto erano una forza d’urto sufficiente al Senato, alla Camera (dove il governo poteva contare su una maggioranza molto risicata) non fu nemmeno necessario procedere a una conta. Si decise di accantonare l’afflato liberalizzatore del decreto e chinare il capo al ricatto delle corporazioni.
Ora nel decreto ci sono solo vaghi impegni e una scadenza a 12 mesi perché le professioni si autoregolamentino in modo innovativo. Nelle more dell’attesa vale la pena ricordare che solo per un soffio si evitò che venissero istituiti addirittura dei nuovi ordini professionali.

Allora che speranza ha questo governo di varare una riforma seria degli Ordini? Probabilmente nessuna. Già sull’abolizione del minimo tariffario i rappresentanti dei professionisti mugugnano. Se poi si dovesse tentare anche solo di avvicinarsi alle richieste della Bce sicuramente qualcuno preferirebbe far cadere il governo (cosa che probabilmente ormai accadrà comunque) che accettare la liberalizzazione.

Tommaso Canetta

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One comment

  1. ora il governo e’ caduto e con lui la casta tanto difesa… spero che almeno monti riuscira’ a liberalizzare le professioni… insomma noi giovani abbiamo diritto o no a lavorareeee??? maledetti ordini, caste e raccomandati.



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