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DIES IRAN

febbraio 15, 2011

Finalmente la rivoluzione torna in Iran. Là dove erano nate le prime proteste nel 2009, soffocate da una repressione cieca e crudele, ieri è esplosa di nuovo la rabbia della gente. Quanta emozione nel vedere le piazze e le strade tornare nuovamente a incendiarsi contro l’oppressione. Penso a tutte le persone conosciute, con preoccupazione per la loro vita, ma anche con orgoglio per la loro determinazione.

L’Onda Verde dà speranza. Contesta un regime teocratico e illiberale che ha costretto gli iraniani ad una doppia vita: una pubblica, resa insopportabile dai dettami coranici, ed una privata, libera fino a che non arriva un controllo di polizia. Un regime che ultimamente ha anche lasciato andare in malora l’economia, con un peggioramento sensibile delle condizioni di vita degli iraniani.

Scendere in piazza a Teheran, Shiraz, Isfahan, sotto le grandi cupole delle moschee sciite, richiede un coraggio quasi sovraumano. Con la consapevolezza che molti saranno picchiati, arrestati, torturati, forse impiccati.  Sapendo che si lotta contro un potere fanatico che ritiene di avere in mano la Verità, e che non esiterà ad utilizzare tutta la propria feroce macchina repressiva per sopravvivere. Ci si può attaccare solo alla convinzione che non sono i popoli a dover temere i governi, ma i governi a dover temere i popoli. Poco più che una frase quando arrivano i Baisj in motocicletta con le catene in mano.

Ma anche una frase, quando macerata per anni nella rabbia, ripensata mille volte in discussioni a mezza voce, rivista nei film scaricati illegalmente, può dare la forza di resistere.

La rivoluzione iraniana non deve far temere pericoli islamici. Anzi, è l’antidoto alla degenerazione teocratica della rivoluzione del 1979. E’ condotta specialmente da giovani universitari, maschi e femmine. Ma non solo.

C’è la rabbia degli anziani abitanti di Teheran, che ricordavano quando si poteva andare a ballare (il regime lo vieta), ascoltare musica ad alto volume (il regime lo vieta), quando le donne potevano girare senza il velo (il regime lo vieta), o fumare una sigaretta in pubblico (il regime lo vieta), o quando si poteva possedere un cucciolo di cane (il regime lo vieta). C’è la pena dei genitori che, non volendo scappare dal proprio Paese, sanno di aver lasciato ai propri figli un presente in cui vivere la propria gioventù peggiore del già non roseo passato sotto lo Scià. C’è chi all’estero ci è andato, ma in Iran ha lasciato le radici e il cuore, e non aspetta altro che la fine della dittatura religiosa per poter tornare.

Ci sono battaglie che vanno combattute, anche quando le forze del nemico sembrano soverchianti. Compito di tutti noi è non lasciare soli questi coraggiosi combattenti, non solo perché è nostro interesse sostenerli, ma perché è Giusto farlo.

Tommaso Canetta

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