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La sentenza di Silvio e le indecisioni democratiche

luglio 27, 2013

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Tesi – Se Berlusconi dovesse essere condannato, il prezzo di un’eventuale decisione di non far cadere il governo sarà – come minimo – un’inaccettabile retorica violenta di scontro con la magistratura e con le istituzioni del Paese. In quel caso il PD non faccia finta di niente: la stabilità di un governo non può essere un altare su cui sacrificare la sensibilità, i valori e la dignità di milioni di elettori di sinistra.

Antitesi – Se Berlusconi dovesse essere condannato, i suoi scagnozzi strepiteranno sui media per qualche giorno ma se la decisione politica fosse di proseguire l’esperienza di governo solo quella dovrebbe avere peso. Il PD non può cadere nella trappola e assumersi la responsabilità di uccidere in culla il governo Letta, nato dalla volontà di Napolitano e dall’incapacità della dirigenza democratica stessa. La stabilità del Paese in questa fase di crisi non può essere compromessa dalle escandescenze della base.

Sintesi – Se Berlusconi dovesse essere condannato, io stappo…

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PD, PDL, M5S E GOVERNO: LO STALLO ALLA MESSICANA

maggio 26, 2013

La sensazione è che Berlusconi voglia far cadere il governo, tornare al voto approfittando dei sondaggi favorevoli, ottenere una maggioranza alla Camera col Porcellum che non voti l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti e riuscire così a salvarsi dai suoi processi. Ma non può. Perché se facesse cadere il governo per le sue questioni personali in un momento di grave crisi economica i sondaggi crollerebbero, il premio di maggioranza alla Camera non verrebbe raggiunto e lui si troverebbe più indifeso di prima contro i tanto odiati giudici. Allora a Berlusconi non resta che sperare che sia il Pd a far cadere il governo.

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Tuttavia sembra che il Pd sia socio dello stesso circolo vizioso a cui è iscritto il Cavaliere. Ogni giorno che passa al governo con Berlusconi il Partito democratico perde il voto di molti suoi elettori e l’affetto di quelli che ancora non si rassegnano a votare altro. La voglia di staccare la spina al governo Letta è probabilmente preponderante nei sentimenti dei parlamentari e dei dirigenti democratici. Ma non nei ragionamenti. Perché dopo la gestione demenziale dell’elezione del presidente della Repubblica, dopo l’essersi dovuto appellare a Napolitano perché salvasse la baracca, e dopo essersi – di fatto – autosabotato fino al non avere altra alternativa che l’appoggio al governo di larghe intese, il Partito democratico non può farsi carico della responsabilità di riportare il Paese al voto con la crisi economica che morde, con la stessa legge elettorale e senza nessun provvedimento popolare da poter sventolare. Allora al Pd non resta che sperare che sia Berlusconi a far cadere il governo.

In questa situazione di stallo alla messicana, qualsiasi novità potrebbe avere l’effetto del battito d’ali di una farfalla nella teoria del caos. Nuova legge elettorale? Cambiano le percentuali di chi sarebbe pronto a tornare al voto. Imu? Iva? Su quale intervenire? Dove trovare i fondi? Qualsiasi argomento potrebbe essere la stura per una nuova esplosione di polemiche. L’unica speranza di sopravvivenza per il governo è un apparente immobilismo, dove pochi provvedimenti inderogabili, sfrondati di qualsiasi appendice meno che necessaria, passino quasi inosservati da un lato. Dall’altro altri provvedimenti molto popolari (ma meno utili), ad esempio sui costi della politica, andrebbero fatti in fretta e pubblicizzati al massimo. Ma anche in questo caso, chi poi si intesterebbe i meriti? Perché Pd e Pdl abbiano interesse che gli onori vadano a entrambi loro, serve un terzo soggetto che ne rimanga escluso. In questo caso, Grillo. Ma se i provvedimenti stessi sono proprio quelli su cui Grillo martella da anni, come negare che ne sia lui l’ispiratore politico?

In conclusione, i partiti di governo hanno interesse che il governo cada ma hanno un interesse ancora maggiore a che sia l’avversario a causare la crisi, pertanto stanno fermi e aspettano. Il governo non sembra in condizione di fare né provvedimenti bandiera, né provvedimenti rivoluzionari, sempre a causa dei blocchi incrociati di cui sopra. Grillo dal canto suo è ontologicamente portato a stare fermo (ma non zitto) e guardare i danni che il sistema riesce a causare a se stesso (strategia vincente, non si vede perché cambiarla). Gli unici a cui tutto questo stare fermi come il semaforo di prodiana memoria non dovrebbe andar bene sono gli italiani. E invece sembra che la catatonia sia contagiosa.

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L’ACCORDO PD-PDL NON S’HA DA FARE

aprile 7, 2013

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Se intervenire sui costi della politica è un’assoluta priorità per motivi di immagine e di comunicazione (due ordini di grandezza separano infatti le risorse recuperabili con la lotta alla “casta” e quelle necessarie per salvare il Paese dal baratro), allora il governo di larghe intese per gli stessi identici motivi non s’ha da fare.

Postuliamo pure che un governo tecnico o del presidente, senza insomma ministri “politici”, che fa in un anno le riforme economiche ed istituzionali necessarie e taglia drasticamente i costi della politica sarebbe la soluzione migliore per il Paese. Per renderla possibile è imprescindibile una convergenza di Pd e Pdl, visto l’onanismo politico fin qui dimostrato dal movimento di Grillo.

Non ci sarebbero discorsi, volantini, video o manifestazioni in grado di contrastare la propaganda che grida all’inciucio. Gli stessi elettori del Pd, soprattutto, e del Pdl ne trarrebbero nuovi motivi per votare Grillo (e non a caso Grillo fa di tutto per rendere inevitabile questo accordo tra partiti). Alle elezioni successive sì che si rischierebbe una maggioranza schiacciante del M5s: e buona decrescita felice a tutti.

 

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IL PD EVITI IL SUICIDIO

marzo 26, 2013

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Gira nel Partito Democratico un’inconfessabile voglia di cedere alle lusinghe di Berlusconi. In quella che, in assenza di una miglior definizione, chiameremo “mente” di diversi dirigenti democratici comincia a farsi strada la tentazione di fare l’accordo una volta fallito – inevitabilmente? – il tentativo di Bersani. Ragionano in nome dell’interesse del Paese, prestano ascolto ai richiami del Quirinale, sanno perfettamente quanto siano restii un migliaio di parlamentari neoeletti a tornare a un nuovo voto. Insomma non è che siano cattivi, però sembrano – ancora una volta – non rendersi conto dell’amara realtà dei fatti.

Berlusconi sta portando avanti il suo gioco in modo abbastanza esplicito: provare in tutti i modi a infilarsi nella formazione del prossimo governo, evidentemente in compagnia del Pd. Ma con quali intenzioni? Quanto gli stia a cuore la salvezza del Paese e quanto sia disposto a tenere una condotta “responsabile” direi che lo ha ampiamente dimostrato se non negli ultimi 20 anni di sicuro negli ultimi 20 mesi. E allora che vantaggio ne potrebbe mai trarre, a parte quello di scampare – forse – i processi che lo inseguono (e questa spiegazione può bastare giusto a Travaglio e Ingroia)?

Berlusconi ha capito gli elettori di centrosinistra molto meglio dei suddetti dirigenti del Pd. In caso di abbraccio tra Pd e Pdl, con Grillo che grida – e fa gridare ai suoi accoliti – “INCIUCIO! INCIUCIO! INCIUCIO!”, una importante parte dell’elettorato progressista perderebbe la voglia di andare a votare o addirittura voterebbe l’urlatore di cui sopra. Non si possono spendere 20 anni a convincere i propri elettori che l’avversario è il male assoluto (mafioso, corrotto e corruttore, puttaniere, antidemocratico, piduista, fascista etc) e poi pensare che digeriscano senza battere ciglio un accordo col “nemico”.

Quindi Berlusconi sa perfettamente che se davvero quelli del Pd fossero così abissalmente miopi da accettare le sue offerte, magari concedendo anche un Presidente della Repubblica di area “moderata e liberale”, perderebbero moltissimi consensi e probabilmente darebbero uno di quei deprimenti spettacoli, a cui siamo tanto abituati, di inconciliabile spaccatura interna. Con un Pd indebolito e l’opposizione appaltata a Grillo, sarebbe conveniente per il centrodestra andare a votare il prima possibile (Berlusconi suo malgrado è sempre meno giovane) per incassare i dividendi.

Ritenere che Berlusconi non porterebbe il Paese alle urne nel momento stesso in cui scorgesse un vantaggio per sé e per il suo partito è follia. Che un tale vantaggio verrebbe sicuramente propiziato da una scelta con cui il Pd praticamente rinuncia a metà dei suoi voti è innegabile. Allora se proprio bisogna andare a votare, tanto vale andarci da una posizione di forza, di chi può dire “noi avevamo proposto il migliore dei governi possibili: Grillo e Berlusconi ce lo hanno affossato”. E non “abbiamo fatto il governo con Berlusconi. Siamo leggermente stupiti che non abbia rispettato i patti…”

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LA MORALE GRILLINA CI INGANNA SULLE VERE PRIORITA’

marzo 16, 2013

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Arrotondiamo per eccesso: ci sono 1000 parlamentari che guadagnano 15.000 euro al mese. Quindi, contando tredicesime e quattordicesime, lo Stato spende per loro 210 milioni di euro all’anno. Se dimezzassimo i parlamentari e gli riducessimo a un quarto dell’attuale lo stipendio, otterremmo un risparmio di oltre 180 milioni di euro. A prima una vista una cifra ragguardevole, specie se consideriamo che il budget attuale serve a sfamare gente come Scilipoti. Ma il gravissimo danno che la morale grillina sta causando al Paese, è la mistificazione sistematica sugli ordini di grandezza del problema.

Uno Stato che spende ogni anno per la Sanità una cifra intorno ai 110 miliardi di euro, e che di quei 110 miliardi potrebbe risparmiarne 10 solo portando ad uno standard medio di efficienza le Regioni dove invece lo spreco e la bassa qualità del servizio sono la regola, non può illudere i cittadini che la soluzione dei problemi passi dalla lotta ai privilegi della casta. C’è una sproporzione di quasi 50 a 1 tra i risparmi che si ottengono accanendosi sugli stipendi degli onorevoli e quelli che si otterrebbero accanendosi sugli sprechi della Sanità.

Si dirà che i due problemi non sono scindibili, che il motivo per cui la sanità spreca tutti quei soldi è che è collusa col potere politico. Questa affermazione purtroppo non è strettamente vera, ed è dimostrato dal fatto che la Lombardia è una delle Regioni con il sistema sanitario al contempo più efficiente e più colluso con la politica. Ovvio che si debba intervenire sul tema della nomina dei primari, dei dirigenti, delle clientele etc. Ed è una priorità “etica”. Ma non si può pensare che basti questo a risolvere il problema macroeconomico dello Stato.

Un’altra questione che viene sbandierata come discriminante per l’attuale fase politica è quella dei rimborsi elettorali. Nessuno nega che i politici che impongono misure lacrime e sangue al Paese dovrebbero essere i primi a dare l’esempio ed imporsi una cura dimagrante. Ma ancora una volta si ingannano i cittadini sulle proporzioni della questione: 250 milioni di euro (in cinque anni) che vanno ai partiti (di nuovo arrotondiamo per eccesso) non sono rilevanti per uno Stato che deve pagare 80 miliardi di euro all’anno di interessi sul proprio debito pubblico. Abbattere quel debito sì che è una priorità. E proporre l’uscita dall’euro o un non meglio precisato reddito di cittadinanza (da tenere ben distinto dal reddito minimo garantito, provvedimento di assoluto buonsenso ed equità) non sono misure che vadano nella giusta direzione.

Insomma la casa sta crollando. Invece di ascoltare gli ingegneri che chiedono preoccupati di risistemare le fondamenta, rafforzare i pilastri portanti  e riparare il tetto, ci stiamo lasciando abbindolare dall’arredatore che la priorità sia sbarazzarci degli arazzi polverosi (oggettivamente orribili) che infestano tutta la casa, piantare le margherite nel giardino e ridipingere la facciata di uno spensierato color pistacchio. E che questo dovrebbe bastare ad impedire il crollo…

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SI VEDA IL BLUFF DI GRILLO

marzo 5, 2013

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Mai governi coi partiti, si sgolava fino a ieri. Mai fiducia a governi tecnici, strilla oggi. Beppe Grillo, sempre più calato nei panni del politico navigato, sta giocando la sua partita e la sta giocando abbastanza bene. Manda in giro (poco, a dire il vero) i suoi a sproloquiare sui 20 punti del programma, gli fa eleggere i capigruppo per alzata di mano in puro stile okkupazione del liceo, si diverte – probabilmente – a vedere quanta attenzione mediatica si crei intorno alle uscite infelici dei suoi neoparlamentari (l’ultima sul fascismo è degna di Berlusconi). Intanto lui gioca la partita vera, l’unica che in fondo gli interessa: quella per il potere.

Beppe Grillo ha capito che lo straordinario successo del suo movimento rischia di essere spazzato via in un battito di ciglia perché per i consensi, così come per i soldi, vale il detto “presto vinti presto persi”. Ha accumulato un grande capitale su presupposti effimeri e se i cittadini italiani dovessero avere il sentore che tutti quei “vaffa” e tutte le promesse roboanti della campagna elettorale altro non sono che una variante del solito spettacolo, lo punirebbero immediatamente. Non potendo Grillo ancora attuare il suo programma (posto che ne abbia uno), non può in alcun caso partecipare alla politica attiva dei prossimi mesi. Non può pretendere che i suoi elettori gli perdonino quello che non hanno perdonato agli altri politici: la trattativa, il compromesso, “l’inciucio”.

Non potendo quindi intervenire nella politica per evitare un crollo dei consensi, sono due le mosse del suo gioco immediatamente evidenti: evitare da un lato il logoramento della sua truppa parlamentare (Grillo già mette le mani avanti su un 15% di Giuda) per evitare un effetto “scilipoti” sull’elettorato, dall’altro evitare il logoramento della sua base elettorale. Questo secondo fronte è particolarmente insidioso, e chi ha giocato col fuoco del qualunquismo per anni lo sa di sicuro. Ed ecco la mossa cinica del politico scafato: rendere inevitabile (o quasi) l’accordo Pd-Pdl, così da poter monopolizzare l’opposizione, urlare all’ennesimo inciucio della casta che difende se stessa dal nuovo e lucrare consenso su una situazione di crisi economica e sociale destinata a durare ancora per mesi.

Alle elezioni successive, scacco matto. Con ogni probabilità il Movimento 5 stelle sarebbe in grado di aggiudicarsi il premio di maggioranza alla Camera e forse di conquistare il Senato (sempre che non si sia cambiata la legge elettorale nel frattempo). E Grillo avrebbe vinto la sua partita, ovvero avrebbe finalmente conquistato il potere.

Ma tutta questa strategia si regge su un colossale bluff: convincere i partiti che tornare al voto sarebbe peggio per loro (e incidentalmente per il Paese). Ma questo non è necessariamente vero. “Meglio” e “peggio” sono termini relativi, non assoluti. E non c’è verso che un governo di un populista dal linguaggio violento, dagli intenti semisconosciuti e dal programma economico catastrofico sia “meglio” di altri mesi di instabilità politica e recessione economica durante la (nuova) campagna elettorale. I partiti, e in particolar modo il Pd, abbiano il coraggio di andare a vedere quel bluff. Osino sfidare Grillo sul terreno dei contenuti, invece di scimmiottarlo o trattarlo con sufficienza, e dimostrino di aver imparato la lezione. Una nuova strategia e una nuova coerenza sarebbero il miglior viatico possibile per un differente risultato elettorale.

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LA LUNGIMIRANZA IMPONE L’IRRESPONSABILITA’

marzo 3, 2013

armageddonSecondo le ricostruzioni dei retroscenisti dei grandi quotidiani, ci sarebbe uno scontro latente tra il Presidente Napolitano e il candidato democratico Bersani. Il pomo della discordia sarebbe, ovviamente, la formazione del nuovo governo: Bersani pare non abbia alcuna intenzione di allearsi con Berlusconi, in nessun caso, con nessuna formula politica possibile (governo tecnico, del presidente, di scopo, di sta cippa etc), e Napolitano non ha intenzione di dare l’incarico al segretario del Pd senza una maggioranza sicura (quindi no a un governo di minoranza).

Le ragioni di Napolitano sono immediatamente evidenti: il Paese è ancora in una fase di profonda crisi, dopo il voto i mercati e la finanza ci guardano preoccupati (e qualche speculatore già si lecca i baffi), gli altri Paesi dell’Unione europea sono in ansia che i problemi di casa nostra degenerino fino a creare problemi anche a casa loro, lo spread sale alle stelle e tutti i parametri economici sono negativi . Insomma un governo ci vuole: stabile, duraturo, pronto a scelte impopolari. In assenza, il prezzo da pagare in termini economici e sociali rischia di essere molto elevato.

Ebbene, ragionando nel medio periodo è meglio pagare quel prezzo. Meglio tornare a votare tra tre mesi con la pistola dei mercati puntata alla testa, la recessione che si aggrava, i quotidiani che spargono il panico nella popolazione e i governi stranieri che ingeriscono nei nostri affari interni. Perché purtroppo un altro governo “istituzionale” sostenuto da destra e da sinistra avrebbe l’effetto di garantire alle elezioni successive una vittoria scontata a Beppe Grillo. Non a caso il comico genovese ci spera e dà ordini ai suoi attuali parlamentari di comportarsi in modo tale da renderlo inevitabile. Il suo balzo nei consensi è figlio del governo Monti. Un bis sarebbe manna dal cielo.

Questa è un’eventualità che va scongiurata a tutti i costi. E se il prezzo da pagare sono mesi di instabilità politica e terrore economico, lo si paghi. Il caso della Grecia in questo senso è emblematico: una democrazia scossa da pulsioni irrazionali ed estremistiche riesce ad avere lo scatto necessario a salvarsi solo quando guarda dritto in fondo all’abisso. Un altro governo che ci allontani dal disastro salvo poi consegnare il 60% dei voti a un urlatore dal programma economico demenziale sarebbe una mossa suicida.